CINOFILOSOFIA – di Giulia Bertotto – 1^ parte

Postato il Aggiornato il

Pets Academy-31

La cinofilia come pratica filosofica

Quando mi sono iscritta ad un corso per diventare educatore cinofilo non pensavo che avrei avuto l’opportunità di mettere in pratica ardui e affascinanti insegnamenti filosofici, e che sarei anche entrata in contatto con i miei turbamenti più atavici e insidiosi come l’ansia da separazione.

Quando ci troviamo di fronte a un cane spaventato la nostra reazione è quella di proteggere noi stessi cercando di tranquillizzarlo, ma purtroppo non ci rendiamo conto che il nostro atteggiamento non solo non tranquillizzerà il cane, ma alimenterà la sua ansia. Il primo assioma della comunicazione è che non si può non comunicare, il primo assioma della comunicazione con il cane è che non si può mentire ad un cane.

Il cane percepisce le variazioni ormonali connesse alle nostre emozioni, capta la nostra ansia da separazione e la codifica come un pericolo. Infatti, se colui che dovrebbe guidare il branco e assicurare protezione è agitato al momento di separarsi, come potrebbe lui essere tranquillo?

Michele Caricato, dog trainer, dog teller e direttore della formazione presso il Centro cinofilo Della Viola di Marcallo con Casone (Milano), spiega che ci sono tre sfere di realizzazione del cane: quella sociale, quella lavorativa e quella gerarchica. La sfera sociale comprende le esigenze di base come la sicurezza della sopravvivenza, del cibo e del riparo, ma anche l’interazione tra cani e con la specie umana. La sfera lavorativa sviluppa la potenzialità fisica e mentale del cane, che soddisfi i suoi bisogni specifici, l’esercizio del morso, dell’olfatto, della corsa. La terza invece ha a che fare con la garanzia dell’ordine e la fermezza della leadership all’interno del gruppo. Tale leadership non ha a che fare con lo status sociale o la prestanza fisica, ma solo con il carisma emotivo; Una capacità di intima fermezza, di sicurezza profonda e calma. Quello che viene richiesto all’educatore cinofilo, è uno sforzo interiore, l’esercizio dell’imperturbabilità.

Questa imperturbabilità, che non va scambiata per indifferenza, ce la racconta Jacques Peton, celebre esperto in recupero comportamentale, quando ci descrive come è riuscito a collaborare con Shyra, un fila brasileiro (la razza più mordace e potenzialmente più pericolosa al mondo!) su cui pende un ergastolo, ce la rivela Laura di Marco, quando ci riporta le sue esperienze con cani in stato di panico; nessuna tecnica può garantire il recupero di un cane spaventato e aggressivo, se non riusciamo a trasmettere calma con il nostro respiro interiore.

Tale atteggiamento, che deve partire da come ci sentiamo con noi stessi, è indispensabile non solo verso il cane, ma anche quando ascoltiamo il disagio di colui che si rivolge ad un educatore cinofilo. La tentazione è sempre quella di giudicare il suo rapporto con l’animale, l’efficacia della sua comunicazione, la chiarezza delle regole con le quali guida il cane. Ma questo non ci renderà utili al cliente, non ne beneficerà il cane e non ci farà sentire neppure più orgogliosi di noi stessi.

L’opportunità che invece possiamo darci è quella di ascoltare senza anticipare le nostre soluzioni e il nostro narcisismo, anche quando intuiamo quale sia la corda problematica del rapporto tra il cliente e il suo compagno più o meno peloso.

In filosofia chiamiamo questo distacco che accoglie “epochè”, l’atto di sospensione del giudizio che gli scettici consideravano il primo passo per tentare di conoscere davvero qualcosa.

Nel pensiero del Husserl, il fondatore della fenomenologia, è l’atto di pensiero con cui si “mette tra parentesi” il mondo, ci si astiene da ogni convinzione che si ha sull’esterno, ci si sforza di diventare osservatori che interrompono la loro facoltà di valutazione per ospitare solo ciò che ci viene detto.

Il filosofo Timone, testimonia che secondo il suo maestro, lo scettico Pirrone, colui che vuole essere felice deve guardare a tre cose: in primo luogo come sono per natura le cose, in secondo luogo, come deve essere la nostra disposizione verso di esse; infine, che cosa ce ne verrà comportandoci così. Dunque dobbiamo conoscere il comportamento dei cani, ma anche imparare a riconoscere le nostre emozioni, e anche laddove sono spiacevoli comprendere a cosa sono funzionali, da quali esperienze o convinzioni derivano e come gestire queste sensazioni senza reprimerle o negarle.

Il concetto filosofico di disposizione interiore è un insegnamento fondamentale per una relazione serena con il cane, che, ricordiamolo, non può essere ingannato da una falsa sicurezza di sé, ma può essere da essa estremamente confuso e turbato. Tutti noi aspiriamo ad un rapporto di fiducia totale, e al recupero di uno stato interiore genuino e autentico, che ricerchiamo nel legame con il cane e spesso anche in luoghi il più possibile incontaminati.

Scrive Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo stoico “gli uomini si cercano dei luoghi solitari in cui ritirarsi: dimore in campagna, sulle rive del mare, sui monti; e anche tu sei solito sentire un ardente desiderio di tali cose. Tutto questo, però, rivela una grande ignoranza, che ti è possibile ritirarti in te stesso in qualunque momento tu lo voglia. In nessun luogo, infatti, l’uomo trova un rifugio più sereno e tranquillo che nella sua anima, soprattutto colui che ha dentro di sé principi tali che, se si volge a contemplarli, subito acquista una totale serenità di spirito; e per serenità di spirito io non intendo null’altro che la condizione di un’anima ben disposta”.

Anche noi aspiranti educatori cinofili siamo invitati a sviluppare una certa disposizione d’animo.

Non ci viene chiesto di ignorare la sofferenza del cane ma di non farci coinvolgere nel suo malessere, che infatti è il prodotto di una sinergia emotiva. Nello stoicismo le passioni devono essere adeguate alla razionalità e così la condotta umana. Il celebre motto di Epitteto recita “sopporta e astieniti”, ma non va interpretato come un’imposizione a infiggersi pene e ad evitare i piaceri, ma ad accogliere serenamente ciò che ci succede evitando di lasciarci trascinare nella sfiducia e nel malumore.

Perché non accade altro che quello che ci aspettiamo.

Che gli accadimenti fossero effetto del pensiero ce lo mostra il nostro cane, quando stavolta al ritorno ci accoglie festoso ma non sovraeccitato, proprio perché noi non ci sentiamo più così in difetto per la nostra assenza. Quello che il nostro compagno setoloso ci rivela al rientro, ce lo aveva anticipato anche il genio focoso di Giordano Bruno; “non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia”, nel suo De Infinito universo et Mondi del 1584.

Inoltre, queste antiche saggezze sembrano ormai suffragate ontologicamente dalla nuova cosmologia quantistica.

Questa disposizione dell’animo non viene solo fiutata dall’eccezionale potere olfattivo del nostro animale, ma sembra ormai comprovata anche dalle ultime affascinanti scoperte della fisica quantistica e dal “principio secondo il quale osservare un sistema implica necessariamente di alterarne il corso. Ma non possiamo guardare con discrezione senza interferire, come facciamo quando un nostro superiore ha uno schizzo di senape sul mento? no. Secondo la fisica quantistica non è possibile osservare e basta qualcosa. In altre parole, questa teoria ammette che per compiere un’osservazione si deve interagire con il corpo che si sta osservando”[1], nel senso che non si può non interagire con esso. Sappiamo infatti che la natura della materia a livello subatomico non è fissa, ma mutevole e che inoltre dipende dall’aspettativa dell’osservatore. Questa scoperta ha preso il nome di “dualismo onda-particella”, in quanto una stessa particella subatomica può apparire in forma ondulatoria, come energia “sciolta” o sotto forma di corpuscolo. La materia non è stabile ma sempre mutabile, perciò sia il nostro beagle che tutto ciò che abbiamo intorno, è non solo sensibile, ma condizionabile dall’effetto delle nostre oscillazioni cognitive ed emotive.

Non si tratta solo di una suggestione New Age o la mania di una “Teoria del tutto”, ritrovare nella relazione consapevole con il cane insegnamenti stoici come quello del distacco, elementi di filosofia orientale come la presenza in stato di quiete, e principi di fisica quantistica come quello dell’osservazione interiore attiva. Se rintracciamo l’antica sapienza etica al parco con il nostro cane, è perché ogni creatura è costituita da quell’amore celebrato da Giordano Bruno. Un amore che nulla ha a che fare con un fiacco e consumato sentimentalismo, ma che invece è fondamento ontologico, essenza prima e sostanziale da cui scaturiscono tutte le cose, e che per questo rende intellegibili i nessi logici tra i fenomeni.

“E’ per virtù dell’amore che tutto è prodotto, e l’amore è in tutto: si manifesta come forza e viva nelle cose viventi, e ciò da cui le cose viventi traggono forza e vita ed è il vigore stesso delle cose viventi”.

[1]S. Hawking, L. Mlodinow, Il grande disegno, Mondadori, Milano 2012, p. 76.

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